Divorziati risposati, nessuno arruoli Benedetto XVI

(di Riccardo Cascioli) Coincidenza o precisa volontà? Difficile rispondere, ma la pubblicazione di un volume che raccoglie tutti gli scritti del cardinale Ratzinger-Papa Benedetto appare come risposta chiarissima ai tentativi di arruolarlo nel “partito” di Kasper per quel che riguarda l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione.

Il fatto è questo: da “giovane” teologo il professore Joseph Ratzinger scrisse nel 1972 un articolo in cui – pur affermando di non mettere in discussione l’indissolubilità del matrimonio – apriva alla possibilità della comunione nel caso di «un secondo matrimonio che ha provato di aver assunto una dimensione morale ed etica», «vissuto in spirito di fede», con «obblighi morali» verso figli e moglie. Questi passaggi sono stati anche citati dal cardinale Walter Kasper in preparazione al Sinodo a sostegno della sua posizione. Ma ecco la sorpresa: nel volume appena uscito con gli scritti di Ratzinger, quell’articolo del 1972 è stato rivisto dall’autore, che – a quanto riporta il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung - ne ha cambiato la conclusione, invitando invece a riflettere sui processi di nullità.

Per il quotidiano tedesco si tratta di una risposta di Benedetto XVI al cardinale Kasper, un modo per non farsi strumentalizzare, ma è anche un intervento – seppure indiretto – nel dibattito che sta infiammando la Chiesa, cosa che nel momento delle dimissioni il papa emerito aveva promesso di non fare. Peraltro Benedetto XVI era già intervenuto recentemente mandando messaggi alla Pontificia Università Urbaniana e ai partecipanti al pellegrinaggio Summorum Pontificum (clicca qui), con parole molto pesanti sia sul significato della missione sia sulla partecipazione alla messa secondo il rito antico. C’è dunque un susseguirsi di interventi il cui significato andrà certamente valutato con attenzione.

Ma tornando all’argomento in questione, la revisione dell’articolo del 1972 è importante anche per la manovra sempre più evidente che i sostenitori di un cambiamento dottrinale sul matrimonio (per quanto mascherato da scelta pastorale) stanno facendo nel tentativo di dimostrare che anche papa Benedetto avrebbe voluto quelle aperture invocate da Kasper e soci.

Un’affermazione esplicita in questo senso arriva ora dal vaticanista di Panorama Ignazio Ingrao, che esce in questi giorni con un libro dedicato al Sinodo e ai suoi retroscena (sarà presentato settimana prossima a Roma con la presenza, tra gli altri, di Emma Bonino). In tale libro – secondo la recensione che gli dedicaAndrea Tornielli su Vatican Insider – c’è un capitolo intitolato “Chi ha fermato Ratzinger?”, in cui si sostiene che papa Benedetto era disponibile ad aperture sul tema dei divorziati risposati ma fu costretto a desistere per l’opposizione di non meglio precisati teologi e vescovi protagonisti di «una mobilitazione silenziosa e sotto traccia per bloccare ogni iniziativa su quel fronte».

A sostegno di questa tesi Ingrao fa riferimento a due discorsi di papa Benedetto: il primo ai preti della Val d’Aosta, a Introd nel luglio 2005, il secondo all’Incontro internazionale delle famiglie, a Milano nel giugno 2012. Nel discorso di Introd, in risposta alla domanda di un prete, Benedetto XVI citando il modello ortodosso – dice Ingrao – pur considerandolo impraticabile lasciava aperta una strada, che consisterebbe in questa espressione: «Da una parte, dunque, c’è il bene della comunità e il bene del sacramento che dobbiamo rispettare e dall’altra la sofferenza delle persone che dobbiamo aiutare». Una strada non più «percorsa» – sosterrebbe Ingrao – per colpa di oppositori interni, ma a Milano avrebbe riaperto la strada con una frase dubitativa: «Forse, se non è possibile l’assoluzione nella confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati».

In appendice a questo articolo riportiamo integralmente i due interventi di papa Benedetto XVI citati da Ingrao, perché ognuno possa giudicare quanto fantasiosa e interessata sia l’interpretazione del vaticanista. In entrambi, infatti, papa Benedetto si fa sì carico della sofferenza di quanti si trovano in certe condizioni, ma offre soprattutto una meditazione sul valore salvifico della sofferenza e sul significato della comunione spirituale. Tanto è vero che proprio il cardinale Kasper nel suo discorso al Concistoro del febbraio scorso aveva quasi ridicolizzato l’approccio di Benedetto XVI.

L’invito ad approfondire la questione invece non va nella direzione dell’ammissione alla comunione, ma della riflessione sulla validità di certi matrimoni. A Introd cita espressamente la «situazione particolarmente dolorosa di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento». Quello che chiede Benedetto XVI è dunque una riflessione sui matrimoni sacramentali senza fede, un tema che se da una parte ha a che fare con il giudizio sulla validità del sacramento stesso, dall’altra richiama al modo in cui i parroci preparano le coppie al matrimonio.

Ed è ciò che Kasper e soci si guardano bene dal fare, preferendo la scorciatoia della “Comunione per tutti”, una sorta di “6 politico” applicato ai sacramenti. E non si dica che si chiedono condizioni precise e un rigoroso cammino penitenziale: che condizioni si possono chiedere quando già oggi in gran parte delle chiese europee sacerdoti e vescovi non si fanno problemi ad ammettere alla comunione i divorziati risposati (e non solo loro) senza neanche passare dalla confessione?

Ad ogni modo, l’intervento del Papa emerito taglia la testa al toro: chi vuole ammettere i divorziati risposati alla comunione, almeno non provi ad arruolare né il giovane Ratzinger né il vecchio Benedetto XVI.

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BENEDETTO XVI,
INCONTRO CON IL CLERO DELLA DIOCESI DI AOSTA
INTROD, 25 LUGLIO 2005

«Un altro sacerdote ha sollevato il tema della comunione ai fedeli divorziati e risposati. Ecco la risposta del Santo Padre:

Sappiamo tutti che questo è un problema particolarmente doloroso per le persone che vivono in situazioni dove sono esclusi dalla comunione eucaristica e naturalmente per i sacerdoti che vogliono aiutare queste persone ad amare la Chiesa, ad amare Cristo. Questo pone un problema.

Nessuno di noi ha una ricetta fatta, anche perché le situazioni sono sempre diverse. Direi particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito. Ma data la situazione di sofferenza di queste persone, è da approfondire.

Non oso dare adesso una risposta, in ogni caso mi sembrano molto importanti due aspetti. Il primo: anche se non possono andare alla comunione sacramentale non sono esclusi dall’amore della Chiesa e dall’amore di Cristo. Una Eucaristia senza la comunione sacramentale immediata non è certamente completa, manca una cosa essenziale. Tuttavia è anche vero che partecipare all’Eucaristia senza comunione eucaristica non è uguale a niente, è sempre essere coinvolti nel mistero della Croce e della risurrezione di Cristo. È sempre partecipazione al grande Sacramento nella dimensione spirituale e pneumatica; nella dimensione anche ecclesiale se non strettamente sacramentale.

E dato che è il Sacramento della Passione di Cristo, il Cristo sofferente abbraccia in un modo particolare queste persone e comunica con loro in un altro modo e possono quindi sentirsi abbracciate dal Signore crocifisso che cade in terra e muore e soffre per loro, con loro. Occorre, dunque, fare capire che anche se purtroppo manca una dimensione fondamentale tuttavia essi non sono esclusi dal grande mistero dell’Eucaristia, dall’amore di Cristo qui presente. Questo mi sembra importante, come è importante che il parroco e la comunità parrocchiale facciano sentire a queste persone che, da una parte, dobbiamo rispettare l’inscindibilità del Sacramento e, dall’altra parte, che amiamo queste persone che soffrono anche per noi. E dobbiamo anche soffrire con loro, perché danno una testimonianza importante, perché sappiamo che nel momento in cui si cede per amore si fa torto al Sacramento stesso e l’indissolubilità appare sempre meno vera.

Conosciamo il problema non solo delle Comunità protestanti ma anche delle Chiese ortodosse che vengono spesso presentate come modello in cui si ha la possibilità di risposarsi. Ma solo il primo matrimonio è sacramentale: anche loro riconoscono che gli altri non sono Sacramento, sono matrimoni in modo ridotto, ridimensionato, in una situazione penitenziale, in un certo senso possono andare alla comunione ma sapendo che questo è concesso “in economia” – come dicono – per una misericordia che tuttavia non toglie il fatto che il loro matrimonio non è un Sacramento. L’altro punto nelle Chiese orientali è che per questi matrimoni hanno concesso possibilità di divorzio con grande leggerezza e che quindi il principio della indissolubilità, vera sacramentalità del matrimonio, è gravemente ferito.

Da una parte, dunque, c’è il bene della comunità e il bene del Sacramento che dobbiamo rispettare e dall’altra la sofferenza delle persone che dobbiamo aiutare.

Il secondo punto che dobbiamo insegnare e rendere credibile anche per la nostra stessa vita è che la sofferenza, in diverse forme, fa necessariamente parte della nostra vita. E questa è una sofferenza nobile, direi. Di nuovo occorre far capire che il piacere non è tutto. Che il cristianesimo ci dà gioia, come l’amore dà gioia. Ma l’amore è anche sempre rinuncia a se stesso. Il Signore stesso ci ha dato la formula di che cosa è amore: chi perde se stesso si trova; chi guadagna e conserva se stesso si perde.

È sempre un Esodo e quindi anche una sofferenza. La vera gioia è una cosa distinta dal piacere, la gioia cresce, matura sempre nella sofferenza in comunione con la Croce di Cristo. Solo qui nasce la vera gioia della fede, dalla quale anche loro non sono esclusi se imparano ad accettare la loro sofferenza in comunione con quella di Cristo».
BENEDETTO XVI
FESTA DELLE TESTIMONIANZE
INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE
MILANO 2 GIUGNO 2012

FAMIGLIA ARAUJO (Famiglia brasiliana di Porto Alegre)

MARIA MARTA: Santità, come nel resto del mondo, anche nel nostro Brasile i fallimenti matrimoniali continuano ad aumentare.
Mi chiamo Maria Marta, lui è Manoel Angelo. Siamo sposati da 34 anni e siamo già nonni. In qualità di medico e psicoterapeuta familiare incontriamo tante famiglie, notando nei conflitti di coppia una più marcata difficoltà a perdonare e ad accettare il perdono, ma in diversi casi abbiamo riscontrato il desiderio e la volontà di costruire una nuova unione,qualcosa di duraturo, anche per i figli che nascono dalla nuova unione.

MANOEL ANGELO: Alcune di queste coppie di risposati vorrebbero riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i Sacramenti la loro delusione è grande. Si sentono esclusi, marchiati da un giudizio inappellabile.
Queste grandi sofferenze feriscono nel profondo chi ne è coinvolto; lacerazioni che divengono anche parte del mondo, e sono ferite anche nostre, dell’umanità tutta.
Santo Padre,sappiamo che queste situazioni e che queste persone stanno molto a cuore alla Chiesa: quali parole e quali segni di speranza possiamo dare loro?

SANTO PADRE: Cari amici, grazie per il vostro lavoro di psicoterapeuti per le famiglie, molto necessario. Grazie per tutto quello che fate per aiutare queste persone sofferenti. In realtà, questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio.
Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il matrimonio, affinché le famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino. E poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore.
Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa.
Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati. Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa. Grazie per il vostro impegno.