Due influenti riviste italiane interpretano Amoris laetitia

amorisProsegue il dibattito e la ricezione di Amoris laetitia. Sandro Magister, noto vaticanista dell’Espresso, rileva giustamente come due importanti riviste del mondo cattolico italiano abbiano colto la portata rivoluzionaria dell’esortazione post-sinodale.

Una lettura, quella fornita dalla “Rivista del Clero Italiano” e da “Il Regno”, assai significativa di come un influente mondo clericale legge le principali novità del testo papale. Una lettura però che non è certamente condivisa nell’intero orbe cattolico, come diversi interventi, anche di noti prelati, hanno rilevato. Una situazione controversa che già si era registrata nell’Aula del doppio sinodo e che ancora è lungi dall’essere risolta.

LA RIVISTA DEL CLERO ITALIANO

Il commento ad Amoris laetitia è affidato al teologo morale Aristide Fumagalli, membro del comitato di redazione, docente di teologia morale nel seminario e nella facoltà teologica di Milano. L’autore si concentra sul capitolo otto dell’esortazione, quello che riguarda la disciplina dei sacramenti per i fedeli divorziati risposati civilmente.

Molto chiaro il pensiero del teologo:

«Francesco ha precisato, in due punti di “Amoris laetitia”, che il discernimento circa la partecipazione dei fedeli divorziati risposati alla vita della Chiesa può riguardare anche l’accesso ai sacramenti. Il primo punto è quando il papa osserva che ‘le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi’. Precisando in nota questo criterio, papa Francesco afferma che esso riguarda anche ‘la disciplina sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave’ (n. 300, nota 336). Il secondo punto è quando il papa riflette sull’eventualità che si possa non essere pienamente consapevoli della ‘situazione oggettiva di peccato’ in cui ci si trova, e si possa, quindi, ‘vivere in grazia di Dio, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa’. Precisando la natura di questo aiuto, Francesco afferma che ‘in certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti’ (n. 305, nota 351).

Stante queste precisazioni, sembra chiaro che la disciplina pastorale dei fedeli divorziati risposati preveda nuove possibilità concrete in precedenza escluse, anche a riguardo dell’accesso ai sacramenti».

Da notare che la “Rivista del Clero Italiano” è “supervisionata” da tre vescovi importanti nel panorama cattolico del nostro paese: Franco Giulio Brambilla, attuale Vescovo di Novara e vicepresidente della CEI, Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza, e Claudio Giuliodori, già vescovo di Macerata e attuale assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica. Il comitato di redazione è composto da teologi influenti nei media mainstream della Chiesa italiana: direttore responsabile è il biblista Bruno Maggioni, con lui PierAngelo Sequeri, Mauro Magatti, Armando Matteo, Massimo Naro, Giovanni Cesare Pagazzi, Gian Luca Potestà, Saverio Xeres, Giuliano Zanchi.

IL REGNO

In questo caso l’intervento è di Basilio Petrà, presidente dei teologi moralisti italiani. Il culmine della sua riflessione si concentra sulla dinamica del discernimento personale e pastorale. Dopo aver sottolineato che «secondo la nostra tradizione morale (…) la coscienza è la norma soggettiva ultima dell’azione e nessuno può prenderne il posto, neppure il pastore (anche nel sacramento della penitenza)», il professor Petrà ricorda che «l’esortazione parla simultaneamente e unitariamente di «discernimento personale e pastorale» perché il luogo al quale pensa è quello nel quale il soggetto del discernimento pastorale (pastore) incontra il soggetto (o soggetti) del discernimento personale (il fedele con la sua coscienza) in ordine alla formazione del giudizio di coscienza in situazione. In questo luogo vengono trattate le situazioni che nella prassi della Chiesa sono considerate materia propria del cosiddetto foro interno».

La dinamica dell’aiuto pastorale in foro interno, secondo Petrà, «non deve essere interpretato come un aiuto a ben applicare la norma alla situazione ma come un aiuto perché la coscienza colga la concreta possibilità del bene ovvero il bene possibile in situazione».

A questo punto la via verso i sacramenti, pur trovandosi in una situazione oggettiva di peccato, è aperta. Perchè, scrive Petrà, talvolta il «passaggio al sacramento [della confessione, NdA] tuttavia non è necessario. Il fedele illuminato potrebbe giungere alla decisione che nel suo caso non ci sia la necessità della confessione. Come si sa, per la dottrina della Chiesa, la confessione è necessaria per i peccati gravi o mortali e si hanno peccati gravi solo quando chi agisce sa di fare un male grave (con consapevolezza morale e non puramente giuridica) ed è libero di agire diversamente. (…) È del tutto possibile che una persona non abbia la adeguata consapevolezza morale e/o non abbia libertà d’agire diversamente e che, pur facendo qualcosa oggettivamente considerato grave, non compia un peccato grave in senso morale e dunque non abbia il dovere di confessarsi per accedere all’eucaristia.» (LB)