Eucaristia ai divorziati e gay: ultime di Marx, il cardinale

(di Lorenzo Bertocchi) Mentre il Segretario Generale del Sinodo, cardinale Lorenzo Baldisseri, ci informa che l’Instrumentum Laboris verrà pubblicato in giugno, il cardinale Reinhard Marx, intervistato da America, la rivista dei gesuiti d’oltreoceano, dice che le questioni poste dal Sinodo si riducono ad un problema di “aggiornamento”. «Per trovare in modo nuovo il senso di quanto ha detto Gesù», dice il capo dei vescovi tedeschi e membro del gruppo di 9 cardinali consiglieri del Papa.

L’approfondimento sui temi caldi del Sinodo vede impegnata tutta la Chiesae c’è uno sforzo a cui richiama il cardinale Balidisseri, quello di ricercare «scelte pastorali coraggiose» in particolare «nella cura delle famiglie ferite». A questo proposito bisogna riconoscere che la Chiesa tedesca è già avanti, infatti, ha pubblicato un lavoro che va nella direzione indicata dalle proposte del cardinale Kasper, ossia verso l’ammissione dei divorziati risposati alla Santa Eucaristia. E il cardinale Marx lo conferma anche alla rivista dei gesuiti americani: «Dobbiamo trovare il modo per le persone di ricevere l’Eucaristia. Non si tratta di trovare il modo per tenerli fuori! Dobbiamo usare l’immaginazione e chiedere, “Possiamo fare qualcosa?” Forse non è possibile in alcune situazioni. Non è questa la domanda. L’attenzione deve essere su come accogliere le persone».

Da questo punto di vista anche il neo arcivescovo di Chicago, monsignor Joseph Cupich, nominaconsiderata molto vicina alla sensibilità di Papa Francesco, ha recentemente dichiarato di sentirsi sollecitato dalle tesi di Kasper. Ha dichiarato che per avvicinarsi al prossimo Sinodo occorre lavorare per «disfare (unpack) questa nozione di teologia della famiglia» e per far questo ha dato a tutti i suoi sacerdoti una copia del libro “Il Vangelo della famiglia” di Kasper, in modo da capire bene cosa intende il teologo della “misericordia”. A proposito delle coppie dello stesso sesso il cardinale Marx dichiara ad America Magazinequello che ha già più volte sottolineato.  «La Chiesa dice che un rapporto gay non è allo stesso livello di un rapporto tra un uomo e una donna. Questo è chiaro. Ma quando sono fedeli, quando sono impegnati per i poveri, quando lavorano, non è possibile dire, “Tutto ciò che fate, perché sei un omosessuale, è negativo.” Questo deve essere detto».  La sua posizione è coerente con quella che ha espresso anche durante il Sinodo dell’ottobre scorso, quando, portando il caso di due omosessuali che convivevano da 35 anni, si chiedeva se non occorresse prendere atto di questo “valore” della fedeltà.

Non saranno posizioni identiche a quelle espresse dal vescovo di Anversa, monsignor Bonny, cheauspica un riconoscimento ecclesiale delle unioni gay, ma vanno certamente in quella direzione. Questa, quindi, sarebbe la via dell’aggiornamento, una via che l’arcivescovo di Chicago Joseph Cupich mostra di interpretare dentro un concetto di “tradizione viva”, per cui «Cristo risorto fa sempre qualcosa di nuovo nella vita della Chiesa». Concetto che, così espresso, rimane certamente vago e foriero di possibili infortuni. Il famoso rapporto tra dottrina e pastorale, al centro del dibattito sinodale, non può essere risolto da un concetto debole di “tradizione viva” perché altrimenti salta quanto ha recentemente ricordato monsignor Georg Gänswein, ossia che «la dottrina e le cura pastorale non sono opposte, ma sono gemelle».

L’aggiornamento fa presto a diventare pura novità, almeno secondo la prospettiva del cardinale Marx il quale non fa che sottolineare il “nuovo” espresso nel pontificato di Francesco. Leggendo “Evangelium Gaudium” avverte «un impulso libero di uscire». “L’intero pontificato», dice, «ha aperto nuove strade (…) C’è una nuova atmosfera. (…) È mia impressione che siamo in un modo nuovo. Non stiamo creando una nuova Chiesa, rimane cattolica, ma c’è l’aria fresca, un nuovo passo in avanti». Parole già sentite, in quel post-concilio che sembrava dovesse far nascere un’altra Chiesa. E, infatti, il Marx prosegue: «Il Concilio Vaticano II ha cominciato a stabilire un nuovo equilibrio tra il centro e la Chiesa locale, perché hanno visto, 50 anni fa, l’inizio della Chiesa universale. Non si ottenne, tuttavia. Dobbiamo farlo accadere adesso, per la prima volta. Ora 50 anni dopo, vediamo cosa fare per essere, in un mondo globalizzato, una Chiesa universale, globalizzata. Non abbiamo ancora organizzato in modo sufficiente. Questo è il grande compito per questo secolo. La tentazione è di centralizzare, ma non funziona. L’altra sfida è trovare un modo per spiegare la fede nelle diverse parti del mondo. Cosa possono fare i Sinodi e le Chiese locali, fare insieme con Roma? Come possiamo farlo in un buon modo?».

Questa smania per il nuovo riemerge come un fiume carsico nella storia della Chiesa. Offro ai lettori quanto scriveva un mistico come don Divo Barsotti che, predicando al Beato Paolo VI, disse:«Io non so che farmene di una Chiesa che nasca oggi. Se si rompe l’unità la Chiesa è già morta. La Chiesa è viva se, senza soluzione di continuità, io sono nella Chiesa uno con gli Apostoli per essere uno con Cristo». Fa riflettere, perché anche questo è Spirito Santo.