“Il matrimonio cristiano è possibile. Ecco perchè”

libro kamposwki(di Riccardo Cascioli e Lorenzo Bertocchi) «C’è un modo sbagliato di impostare la pastorale nella Chiesa, che è quello di cercare di risolvere i problemi. La pastorale invece dovrebbe avere al centro una proposta positiva, aiutare la gente a vivere una bellezza». A ribaltare la prospettiva con cui anche al recente Sinodo straordinario si è parlato di famiglia è Stephan Kampowski, docente ordinario di Antropologia Filosofica all’Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, presso la Pontificia Università Lateranense a Roma. Kampowski, oltre ad avere scritto diversi saggi sul tema della famiglia, è anche autore di un libro scritto a quattro mani con Juan Josè Perez-Soba – Il vangelo della famiglia nel dibattito sinodale oltre la proposta Kasper (Cantagalli, 2014) – che ha animato il dibattito prima e durante il Sinodo. Lo incontriamo nel suo piccolo ufficio di docente universitario che condivide con il filosofo polacco Stanislaw Grygiel.

Professor Kampowski, in tante posizioni espresse in occasione del Sinodo sulla famiglia e che ora vengono rilanciate in vista del secondo round a ottobre, si ha l’impressione che anche quando si parla di evangelizzazione si abbia in mente l’idea di come risolvere i problemi del mondo invece che preoccuparsi di portare gli uomini a Dio…
Voi mettete il dito sulla piaga. Oggi c’è un modo di impostare la pastorale della Chiesa che è quello di cercare di risolvere dei problemi. Allora si dice che c’è un problema, si fa un’analisi, poi ci si chiede come possiamo rispondere. Ma con questa impostazione si resta sempre un passo indietro, perché i problemi spesso nascono altrove da dove si manifestano. Nel nostro libro invece noi proponiamo una pastorale che propone un aiuto alle persone per vivere una bellezza. Se ci concentriamo sui problemi ci lasciamo determinare dalle circostanze, invece di proporre qualcosa di positivo, di vero e di bello, che poi come conseguenza risolverà tanti problemi, come ci ha dimostrato Giovanni Paolo II.
Ma lo si capisce anche dall’Instrumentum Laboris che ha preparato il Sinodo, dove si constata che la dottrina della Chiesa su matrimonio e famiglia è largamente sconosciuta, ma si dice anche: “Un buon numero di Conferenze Episcopali nota che, là dove si trasmette in profondità, l’insegnamento della Chiesa con la sua genuina bellezza, umana e cristiana è accettato con entusiasmo da larga  parte  dei  fedeli” (n. 13).  Ecco il punto: invece di cercare di rimediare qui e là, proponiamo una visione sull’uomo sana, bella e anche vivibile. Così i problemi si risolvono alla radice.

Lei ha citato Giovanni Paolo II che in effetti nella Familiaris Consortio (1981) ha proposto proprio una visione positiva del matrimonio e della famiglia. Ma oggi molti considerano la Familiaris Consortio superata.
Proprio quel passaggio dell’Instrumentum Laboris che le ho citato suggerisce invece che se c’è un problema con la Familiaris Consortio, riguarda il fatto che in tanti luoghi non è stata presentata e implementata. Dove i suoi insegnamenti sono stati osservati, si può testimoniare come essi portano frutti abbondanti. Certo, è vero che il documento, pubblicato più di 30 anni fa, non ha trattato alcuni problemi che oggi sono ormai diventati grandi sfide, come le unioni omosessuali o la sfida dell’ideologia del gender. Però questi nuovi argomenti non invalidano la sostanza del documento, che continua ad essere la magna carta dell’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia.

Nel vostro libro voi valorizzate un’affermazione di Kasper, quando dice che deve essere fatta vedere la bellezza della famiglia, perché la bellezza attrae. Però si ha l’impressione che il seguito di questa affermazione sia che allora fare battaglie per difendere la famiglia sia inutile, perché se uno testimonia la bellezza gli altri si accorgono e seguono….
Però non è così. Il titolo dell’intervento di Kasper al Concistoro è buono: «La famiglia è una buona novella». Ma proprio perché è una buona novella, allora va proposta e anche difesa laddove viene sfidata. Ma c’è un’altra contraddizione nel discorso di Kasper al Concistoro.

Prego.
Prima dice che la famiglia è una buona novella, che il legame indissolubile è una buona novella. Poi però alla fine parla di peso insopportabile che i chierici mettono sulle spalle dei fedeli, come se fosse un’invenzione del Papa l’indissolubilità del matrimonio. Ma è un dono che abbiamo ricevuto dal Signore, non dai chierici. La consapevolezza della nostra debolezza, della nostra fragilità non toglie nulla alla bellezza dell’indissolubilità.

Forse bisogna chiarirsi sul significato dell’indissolubilità.
In un matrimonio le cose a un certo punto possono anche andare male, uno dei due può prendere una cattiva strada, fare cose brutte. Prendiamo un esempio: l’uomo comincia a picchiare i figli, la moglie non sa cosa fare. Dice al marito di smetterla, ma quello continua, allora la donna dice: io prendo i miei figli prima che accada qualcosa di irreparabile e me ne vado. Ma il matrimonio è rotto per questo? No. Che il matrimonio sia indissolubile non vuol dire che ogni matrimonio deve essere il paradiso sulla terra. Ci possono essere situazioni tragiche, molto dolorose. Ma legame indissolubile, la bellezza di questo legame, vuol dire che gli sposi sono più felici, la loro vita è più bella se rimangono fedeli l’uno all’altro anche se la convivenza al momento non è possibile. La vita è più bella se non provo a sposarmi di nuovo. Vuol dire: lascio sempre aperta la porta per te, tu sei sempre il mio amore unico, una luce è sempre accesa nella mia stanza, il letto è vuoto, sono solo perché manchi tu, e ti penso e ti voglio e prego per te che torni. Questo è bello: non smettere mai di sperare. Il cardinale Kasper parla di un matrimonio “definitivamente fallito”. Ma chi lo dice che sia definitivamente fallito? Solo se uno dei due entra in una nuova relazione con nuovi impegni, allora poi certo che la situazione diventa paradossale, senza via d’uscita: impegni qui impegni lì, figli qui figli là.

Ecco, quando si parla di bellezza del matrimonio si immagina una coppia che va sempre d’accordo, dove tutto funziona a meraviglia, i figli sono bravi e così via. Invece lei sta dicendo che la bellezza è un’altra cosa.
Certo, pensate ad esempio alla bellezza del perdono. Ebbene, questa presuppone la bruttezza del male che si è compiuto, la fragilità umana. C’è chi obietta: voi proponete un ideale, ma noi dobbiamo vivere nella realtà. Chi dice questo però non penso che abbia letto le catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano dove parla di tutta la fragilità dell’uomo che pecca, che desidera in modo cattivo, che commette adulterio nel cuore e nella carne; ma un uomo che comunque viene invitato ad essere rialzato dalla grazia, un uomo che può ricevere il perdono. Perdono di Dio e perdono della sposa e dello sposo.

Eppure alcuni padri sinodali hanno messo in dubbio che questo sia veramente possibile.
Certo che è possibile questo, e io lo posso dire perché i miei genitori sono una testimonianza forte al riguardo. Hanno vissuto grandi difficoltà e stavano per separarsi; ma proprio quando tutto sembrava irreparabile è intervenuta la grazia di Dio e ha cambiato le cose: si sono riconciliati. È stato un cambiamento improvviso, ma poi c’è tutto il cammino da fare. Sono stati ancora sette anni insieme, prima che mio padre morisse, e mia madre diceva «Il più bel periodo del nostro matrimonio sono stati gli ultimi 7 anni». Ma era un matrimonio che aveva visto le tempeste, aveva visto le sofferenze, aveva visto tante difficoltà. È qui che c’è la bellezza: si vive insieme queste cose, ci si è fedeli anche se le circostanze e le nostre emozioni ci sono contrarie. Ma ci si fida di Dio, ci si fida della grazia che ci viene offerta, così è possibile un cammino di perdono, di riconciliazione, ricominciare di nuovo. Può accadere anche alla fine della vita: abbiamo lottato, possiamo gustare i frutti di un albero; poi saremo separati per un po’ quindi ci ritroveremo nella casa del Padre. Questo è un bel matrimonio, non quello dove tutto funziona bene.

Arriviamo allora al punto che tante frizioni ha provocato nel Sinodo: la Comunione ai divorziati risposati, anche se a certe condizioni. Anche queste eccezioni contraddicono l’indissolubilità del matrimonio?
Sì, sono convinto che una tale pratica cosiddetta pastorale contraddica l’insegnamento sull’indissolubilità che abbiamo ricevuto dal Signore stesso.
L’indissolubilità non è un’idea astratta: gli sposi nel giorno del matrimonio si promettono di essersi fedeli per tutta la vita. Cosa vuol dire questa fedeltà? Come abbiamo detto ci possono anche essere circostanze in cui diventa impossibile la convivenza, ma l’impegno alla fedeltà resta. Fedeltà per tutta la vita significa l’esclusività sessuale, si dice “tu sei il mio unico, la mia unica”. Può capitare, anche se si vive in una situazione matrimoniale stabile, che si possa peccare; ma si cade e ci si rialza. Dobbiamo vivere con le conseguenze ma si possono confessare questi singoli atti e riconciliarsi con la Chiesa e il Signore. Ma se invece si intreccia una relazione stabile con un’altra donna o un altro uomo, come se fosse la sposa o lo sposo, qui allora si entra in una relazione stabile che contraddice l’impegno di esclusività sessuale, contraddice l’indissolubilità del matrimonio.

Il cardinale Kasper afferma di non voler mettere in discussione l’indissolubilità del matrimonio.
Già, ma non vedo come possa conciliare questa affermazione con la pretesa che la Chiesa debba riconoscere in qualche modo uno stato di vita dove si hanno rapporti abituali extramatrimoniali. Chiedere di ammettere i divorziati e civilmente risposati alla comunione significa chiedere il riconoscimento ecclesiale di unioni extramatrimoniali. E allora chiediamoci perché non riconoscere altre unioni extramatrimoniali, ad esempio i rapporti prematrimoniali, le unioni dello stesso sesso, e così via. E poi dove ci fermiamo? Ma a parte la questione del dove ci fermiamo, la Chiesa ha sempre insistito che il luogo giusto, bello e vero, che corrisponde alla verità dell’uomo, per l’esercizio delle facoltà sessuali è solo dentro al matrimonio.

Si invoca la misericordia per situazioni tanto difficili, che sembrano troppo dure per le persone.
Però, se leggiamo le Sacre Scritture e consultiamo la tradizione della Chiesa, non viene mai proposto come soluzione al peccato un cambiamento dei comandamenti (non uccidere, non rubare, non commettere adulterio…). La soluzione è piuttosto la conversione, alla quale la grazia divina ci invita. È questa la vera misericordia di Dio: Dio chiama il peccatore a rivedersi e a cambiare vita. Così ci sarà la possibilità della riconciliazione con Dio e con i propri cari.

Nel vostro libro affermate: “La questione più importante per la pastorale della famiglia oggi è come assicurare che i matrimoni siano contratti validamente e non come trovare nuove soluzioni per ammettere alla comunione i divorziati risposati che non desiderano seguire il percorso già designato dalla Chiesa”. Può spiegarci questo passaggio?
Il dibattito sinodale ha dedicato tanto pensiero su come facilitare il processo di nullità per risolvere il problema dei divorziati risposati civilmente che vogliono ricevere la comunione. Talvolta si è avuta quasi l’impressione che le cause di nullità siano una cosa utile, quasi buona per poter risolvere, tramite la sentenza di nullità, i problemi pastorali sorti dopo la celebrazione del matrimonio. Noi volevamo dire che le cause di nullità non risolvono nessun problema, ma che esse stesse sono un grande problema. Se è vero che un gran numero di matrimoni non è contratto validamente, allora questa non è una soluzione al problema dei divorziati risposati civilmente, ma piuttosto un problema più grande e più urgente da affrontare di quello dei divorziati risposati. Invece di chiederci “come possiamo accelerare i processi che arrivano ad una dichiarazione di nullità?”, dovremmo chiederci: “Come possiamo aiutare le persone a contrarre matrimoni validi?”.