Il Papa a Villa Nazareth: Una parte della gente che si sposa non sa cosa fa

papa a villa nazarethSabato 18 giugno, in occasione del 70.mo dalla fondazione, Papa Francesco si è recato alla Comunità Villa Nazareth in Roma. La struttura creata nel 1946 dall’allora monsignor Domenico Tantardini, oggi ospita studenti meritevoli, ma che si trovano in difficoltà economiche. La Fondazione che gestisce la struttura è presieduta dal cardinale Achille Silvestrini, vicepresidente è l’arcivescovo Claudio Celli che ha accompagnato il Papa durante la visita. La giornata avrà sicuramente fatto molto piacere al cardinale Silvestrini che da tempo, dicono i bene informati, sperava che il Papa “andasse a trovarlo”. Francesco si è intrattenuto a lungo con i membri della comunità di Villa Nazareth, specialmente con un lungo colloquio fatto di domande e risposte, tra queste segnaliamo quella sulle “sfide della famiglia” che proponiamo di seguito (i grassetti sono nostri, Ndr).

Le sfide della famiglia – domanda di Massimo Moretti con la moglie Giorgia Lagattola

DOMANDA: Santo Padre, la famiglia oggi è sollecitata dalla cultura del provvisorio. La coppia è minata dalla tentazione di ricercare la maggiore felicità possibile in una dimensione che, nonostante il matrimonio, rischia di rimanere individuale. Sappiamo di poter contare sulla grazia indissolubile del sacramento, ma non sempre abbiamo la forza e la costanza di attingere a questo tesoro. Come possiamo mantenere viva la fiamma del nostro amore e quale valore ha per il mondo di oggi la promessa di eternità che ci siamo scambiati?

RISPOSTA DEL PAPA: Ho detto qualche cosa sulle famiglie, oggi, ma prenderò una o due parole tue. Quella sulla cultura del provvisorio: questo io lo ripeto sempre. Una parte della gente che si sposa non sa cosa fa. Si sposa… “Ma tu sai che questo è un sacramento?” – “Sì, sì, e per questo io dovrò confessarmi prima, sì, sì, lo farò, e farò la comunione, pure” – “E tu sai che questo è per tutta la vita?” – “Sì, sì, lo so, lo so”. Ma non lo sanno, perché questa cultura del provvisorio penetra tanto in noi, nei nostri valori, nei nostri giudizi, che poi significa – per parlare così, semplicemente – significa: “Sì, sì, io mi sposo finché l’amore dura, e quando l’amore non dura, è finito il matrimonio”. Non si dice, ma la cultura del provvisorio ti porta a questo. E credo che la Chiesa debba lavorare molto su questo punto con la preparazione al matrimonio. Nella Amoris laetitia c’è un capitolo, un capitolo dedicato a questo. Una signora – questo l’ho detto a San Giovanni in Laterano l’altro sera –, una signora una volta mi ha detto: “Voi preti siete furbi: per diventare prete studiate otto anni, poi andate bene; e se la cosa non va e tu trovi una ragazza che ti piace e non te la senti più, dopo un po’ fai una procedura, vai alla Santa Sede e ti danno la dispensa, ti sposi e formi una famiglia. E noi, che riceviamo un sacramento che è indissolubile e per tutta al vita, è il mistero di Cristo e della Chiesa e dura per tutta la vita, ci preparano con tre o quattro conferenze?”. E’ vero: la preparazione al matrimonio. E’ meglio non sposarsi, non ricevere il sacramento se tu non sei sicuro del fatto che lì c’è un mistero sacramentale, c’è lì l’abbraccio proprio di Cristo con la Chiesa; se non sei ben preparato. Poi c’è la dimensione culturale e sociale. E’ vero, sposarsi è un fatto sociale, è sempre stato un fatto sociale, sempre, perché è bello sposarsi, in tutte le culture: ci sono tanti riti belli, belli, nelle culture… quando il ragazzo va a prendere la ragazza e la porta… tante cose belle, che indicano questa bellezza del matrimonio. Ma questo aspetto sociale, nella cultura del consumismo, della mondanità, alle volte favorisce la provvisorietà e non ti aiuta a prendere sul serio [il matrimonio]. Ho raccontato l’altra sera che avevo chiamato un ragazzo che io conoscevo; gli ho telefonato, perché la mamma mi aveva detto che si sposava, e io l’avevo conosciuto quando andavo a dire la Messa qui a Ciampino. Gli dico: “Mi hanno detto che ti sposi…” – “Sì, sì” – “Lo farai in quella chiesa?” – “Ma, veramente non sappiamo, perché dipende dal vestito della mia ragazza, che sia intonato con la chiesa, per la bellezza…” – “Ah, che bello, che bello… E quando?” – “Entro qualche settimana” – “Ah, va bene, va bene. Vi state preparando bene?” – “Sì, sì, adesso andiamo, stiamo cercando un ristorante che non sia troppo lontano, e anche le bomboniere, e questo e quello, e quell’altro…”. Che senso ha questo matrimonio? E’ puramente un fatto sociale, un fatto sociale. Io mi domando: questi fidanzati – bravi – sono liberi da questa cultura mondana consumistica edonistica, o il fatto sociale fa sì che cadano in questa mancanza di libertà? Perché il sacramento del matrimonio si può ricevere soltanto con libertà. Se tu non sei libero, non lo ricevi. E poi, c’è una cosa che dobbiamo curare. A me piace incontrare, sia nelle Messe a Santa Marta sia nelle udienze generali, i coniugi che fanno il 50° e il 60°, perché sempre parlo con loro, mi dicono le cose… sono felici. Una volta ho sentito dire da una di queste coppie quello che tutti volevano dire, ma quelli sono riusciti a dirlo. [Io ho chiesto loro:] “60 anni. Chi ha avuto più pazienza?” – “Eh, tutti e due!” – dicono sempre la stessa cosa – E poi: “Avete litigato?” – “Quasi tutti i giorni. Ma non c’è problema” – “Siete contenti?”, e io mi sono commosso, perché si sono guardati negli occhi: “Padre, siamo innamorati”. Questo è grande! Dopo 60 anni, questo è grande. E questo è uno dei frutti del sacramento del matrimonio: questo lo fa la grazia. Magari tutti potessero capire questo! E c’è un’altra cosa che io vorrei dire. Che nel matrimonio si litiga, tutti lo sappiamo; a volte volano i piatti; sono cose di tutti i giorni. Ma il consiglio che io sempre do è questo: mai finire la giornata senza fare la pace, perché io ho paura della “guerra fredda” del giorno dopo. Sì, è pericolosissima! Quando tu ti arrabbi e finisci