Il rischio del Sinodo è una concezione protestante della coscienza

sinodo05Il rischio del Sinodo? Non è quello del “divorzio cattolico”, ma di una interpretazione protestante della libertà di coscienza. Lo ha detto Aline Lizzotte al vaticanista de Le Figaro, Jean Marie Guenois. E’ dottore in diritto canonico, filosofa, direttrice dell’Institut Karol Wojtyla e punto di riferimento riconosciuto sulle questioni di etica coniugale.

“I numeri 84, 85 e 86 della relazione finale del sinodo”, ha detto “sono per lo meno confusi, se non ambigui. Non si parla direttamente di interdizione o permesso alla comunione, ma di trovare i diversi modi di integrazione in vista di una migliore partecipazione alla comunione cristiana”.

A giudizio della Lizzotte questa via del discernimento per l’integrazione nella comunità comprende “anche la possibilità delle comunione”, sebbene il testo non lo preveda direttamente. Ma, “Giovanni Paolo II non era andato così lontano. Rifiutando fermamente la possibilità della partecipazione alla comunione, anche lui aveva affermato che i divorziati fanno parte della comunità cristiana – non sono mai stati considerati scomunicati – e che devono unirsi alla preghiera della Chiesa, partecipare al sacrificio eucaristico e prendere parte alle opere di carità sociale.”

Oggi, invece, “il numero 84 della relatio finale va oltre, in quanto si propone di “superare” le “esclusioni” liturgiche, educative, pastorali e… “istituzionali”. Queste sono parole “vaghe” dice la Lizzotte. Per quanto riguarda il n°85 si dà “eccessiva importanza alle «circostanze», trascurando l’equilibrio classico della teologia morale”.

“Una cosa è giudicarsi non colpevoli in foro interno, vale a dire in coscienza, del fallimento del proprio matrimonio e anche approdare alla conclusione intima che questo matrimonio fosse invalido. Altra cosa è appoggiarsi solo su questa coscienza – anche se assistita da un confessore o un vescovo – per arrivare a prendere la decisione di risposarsi. Dicendo, insomma, io non sono colpevole – in coscienza – del fallimento del mio matrimonio, io ho anche la convinzione intima che il mio primo matrimonio sia nullo; risposandomi, quindi, io non commetto adulterio e posso comunicarmi. Ora, qui c’è il cuore del problema, la condizione di commettere o non commettere adulterio, non dipende soltanto dalle condizioni interiori del giudizio della coscienza, ma innanzitutto dipende dalla validità o non validità del primo matrimonio.” E determinare questa validità o invalidità non dipende unicamente dalla coscienza di una persona, né la coscienza si fonda su ciò che percepisce o non percepisce, “ma su criteri oggettivi della legge morale”.

In altri termini, i criteri offerti dal paragrafo 85 “non sono sufficienti per poter concludere con certezza circa la validità o meno del primo matrimonio”.

Secondo la Lizzotte, l’apertura offerta dal Sinodo, unita al Motu Proprio dell’8 settembre, rischia di condurre “non ad un «divorzio cattolico», ma ad una specie di concezione protestante della coscienza”, sganciata “dai criteri oggettivi della legge morale”.

Riferendosi alla propria esperienza personale, seguendo numerose di queste situazioni matrimoniali dolorose, la Lizzotte ribadisce che “la nuova strada non è la comunione eucaristica. Questa corre il forte rischio di amplificare la sofferenza”. Nel cuore di queste persone resta il rimorso di aver tradito il proprio marito o la propria moglie e a questo rimorso si rischia di aggiungere quello di “tradire anche Dio”. Questo sentimento profondo “è più forte di tutte le concessioni giuridiche, se mai l’autorizzazione alla comunione divenisse una concessione giuridica” .

La vera pastorale per i divorziati risposati deve partire dal fatto che “il primo matrimonio, il solo valido, è ancora vivo”; perciò “le grazie di questo sacramento continuano ad esistere”. Desta una certa meraviglia che i padri sinodali non abbiano affrontato la questione di come mettere in atto tali grazie “per accettare da entrambe le parti… una vera riconciliazione in Cristo, riconciliazione sempre possibile attraverso un vero perdono, attraverso una nuova fedeltà allo jus corporis, del coniuge abbandonato”.

Riguardo ad un presunto eccesso di oggettività nella posizione della Chiesa cattolica, a discapito del rispetto per la soggettività della persona, Aline Lizzotte risponde: “La coscienza intima non è mai una presa di distanza di fronte alla morale oggettiva… Questo può sembrare duro… ma il rispetto della volontà di Dio, delle sue esigenze conduce ad una felicità maggiore, rispetto a quella di crearne un’altra, annacquandone le leggi con il pretesto della misericordia”.

Quando si ha l’impressione che una certa concezione che la Chiesa ha della famiglia non sia al passo con i tempi, occorre chiedersi: “quando mai la morale della Chiesa è stata popolare? In quale epoca storica si è verificata una piena consonanza con la morale della Chiesa? La Chiesa è fatta per amare il mondo, essere del mondo, pensare come il mondo? E’ questa la sua missione?… La Chiesa c’è per essere luce delle nazioni. Non esiste per piacere al mondo!”

Sembra chiaro che al Sinodo si sono affrontate diverse scuole di teologia morale che “si sono unite per far sparire l’enciclica Veritatis Splendor e la sua teologia morale oggettiva”. Lo scontro di queste differenti correnti è la ragione “di una certa confusione del linguaggio… Forse si ha il diritto di pensare a questa frase della Genesi: «là il Signore confuse la lingua di tutta la terra» (Gen 11, 9). Una presenza paradossale dello Spirito Santo!”.(L.S.)