Inammissibilità di sentenze arbitrarie nei casi matrimoniali

validita matrimonio(a cura di Luisella Scrosati) Il matrimonio non è mai un “affare privato”. Non lo è da un punto di vista naturale, perché coinvolge, come minimo, la persona dell’altro coniuge, oltre che ad eventuali figli fino all’intera società; e non lo è neppure dal punto di vista cristiano, perché il matrimonio viene contratto coram Ecclesia. Le proposte per “snellire” la procedura processuale per la dichiarazione di nullità devono perciò tenere conto di questa dimensione pubblica del matrimonio, anziché favorire la tendenza a “privatizzzare” il matrimonio, riducendolo alla mera espressioni di sentimenti ed affetti.

L’inammissibilità di sentenze arbitrarie e personalizzate nei casi matrimoniali

E’ possibile che un approccio più pastorale nei casi di nullità sostituisca un processo giuridico? Si presume spesso che ad oggi il processo canonico sia impersonale, burocratico e privo di sensibilità nei confronti della singolarità della dimensione personale o di particolari situazioni. In più, alcuni divorziati risposati sono soggettivamente certi in coscienza che il loro precedente matrimonio non fosse valido. Il loro pastore potrebbe dar loro ragione. In casi come questi, perché non permettere dunque una risoluzione di nullità attraverso un personale discernimento che coinvolga un individuo e il suo pastore, oppure un prete nominato come vicario episcopale speciale per tali situazioni?

Quesiti come quello succitato hanno una lunga storia. Durante la Riforma, vari protestanti proposero che, in determinati casi, potesse essere possibile divorziare se un decreto di divorzio fosse stato emesso dalle autorità civili, indipendentemente dai tribunali ecclesiastici. Il Concilio di Trento ha condannato tale posizione: «Se qualcuno dirà che le cause matrimoniali non sono di competenza dei giudici ecclesiastici, sia anatema» (1). Papa Pio VI chiarì successivamente che tali casi appartengono esclusivamente ai tribunali della Chiesa, poiché è a rischio la validità sacramentale (2). Il Magistero più recente ha definitivamente escluso risoluzioni soggettive di casi di nullità (ad es. una “soluzione attraverso la via di foro interno”) (3).

Perché le decisioni sulla libertà di un individuo di sposarsi non possono essere prese in un processo privato? In primis perché, anche a livello naturale, il matrimonio è un atto permanente e pubblico tra un uomo e una donna, che stabilisce una famiglia, la base per la società. Non esistono, pertanto, risoluzioni di casi matrimoniali “puramente private” o “puramente interne”. In secondo luogo, il matrimonio tra due battezzati è un sacramento. La ricezione di ogni sacramento è un atto ecclesiale, mai totalmente privato. Per questo motivo è opportuno che sia la Chiesa a giudicare la validità dei sacramenti in base a criteri oggettivi.

Inoltre, praticare un processo personalizzato produrrebbe con molta facilità gravi ingiustizie. Consideriamo un marito tentato di commettere adulterio. Quest’uomo potrebbe istituire un giudizio privato basato sull’erronea consapevolezza che il suo matrimonio non sia valido e, pertanto, che egli sia libero di andar via di casa e magari di sposare un’altra donna. Il suo pastore potrebbe non essere in grado di conoscere tutta la verità senza condurre un’inchiesta, per la quale sarebbe comunque necessaria una qualche forma di processo. Questo è esattamente il compito di un tribunale matrimoniale, ovvero il luogo più appropriato per procedere con tutele adeguate per le persone coinvolte. Per di più, la moglie e la famiglia della vittima hanno dei diritti che la Chiesa è tenuta a preservare nella giustizia. Pur mettendo da parte le implicazioni per l’integrità del sacramento, consentire l’emissione di una sentenza scorretta derivante da un processo privato comporterebbe un grave danno per la moglie dell’uomo in questione, per la famiglia di lui e, altresì, per l’intera comunità.

Alla fine, sarebbe il caos. Se un sacerdote respinge una “risoluzione” ma un altro la approva, oppure se una coppia non risulta sposata ma si comporta come se lo fosse, la vita della Chiesa sarà inevitabilmente deturpata da confusione e scandalo.

_______________________________

(1) Concilio di Trento, Canone 12 sul Matrimonio (1563), DH 1812

(2) Pio VI, Deessemus nobis (1788), DH 2598

(3) Perciò, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha rigettato una “soluzione attraverso la via di foro interno” per le nullità, con espressa approvazione del papa Giovanni Paolo II, nella “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la ricezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati”, 14 settembre 1994, in AAS 86 (1994): 974–79. Ved. altresì: Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, “Circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati”, 24 giugno 2000, in Origins 30/11 (Aug. 17,2000): 174–75