Matrimoni gay, chiesa di Francia fra due fuochi

(di Lorenzo Bertocchi) «La Chiesa ha sempre voluto evitare ambiguità tra il matrimonio e ciò che potrebbe essere simile. È per questo che non pratica la benedizione delle coppie omosessuali».  Lo ha dichiarato a La Croix il vicepresidente della Conferenza episcopale francese, mons. Pierre-Marie Carré, vescovo di Montpellier. L’intervista del prelato francese viene dopo che la Chiesa protestante unita di Francia ha deliberato a favore della benedizione delle coppie dello stesso sesso. Con 93 voti a favore contro 3 questa Chiesa protestante, riunita in Sinodo a Séte, ha deciso per «una benedizione liturgica delle coppie sposate dello stesso sesso che vogliono mettere la loro alleanza davanti a Dio».

Si tratta della terza comunità protestante d’oltralpe che ha fatto questa scelta, anche se ladiscussione tra i delegati è stata molto più difficile di quanto non dicano i numeri. Nel dibattito sinodale sulla famiglia che riguarda la Chiesa cattolica, sappiamo che vi sono voci che si spingono fino a chiedere una forma di accoglienza liturgica per queste coppie. Non sono solo laici, ma anche sparute voci tra l’episcopato, come ad esempio il vescovo di Anversa, monsignor Bonny, che dichiarò alla stampa la necessità di evolversi verso forme di “riconoscimento” per coppie omosessuali. All’epoca del Sinodo dell’ottobre 2014 qualche indiscrezione, mai confermata, ma di fonte autorevole, parlava di qualche studio intrapreso nei sacri palazzi romani proprio per arrivare a un benedizionale per coppie dello stesso sesso. Per quanto ne sappiamo il fatto sollevò serie proteste che raggiunsero i massimi livelli. «Tra i cattolici», dichiara mons. Carré a La Croix, «il matrimonio è un sacramento, che significa che è più ampio e profondo di una benedizione: un sacramento è un segno di Dio, non una parola umana che viene applicata a una realtà»

In effetti, quella di una benedizione liturgica per coppie gay appare qualcosa che va ben oltrel’accoglienza che si deve alle persone in quanto tali. Durante il Sinodo 2014 uno dei temi più scottanti del dibattito tra i padri sinodali fu proprio quello riguardante l’accoglienza degli omosessuali, sopratutto dopo che fu letta la Relatio post-disceptationem, il documento di lavoro di metà Sinodo. I tre paragrafi di questo documento dedicati al tema, numeri 50, 51 e 52, furono oggetto di una decisa contestazione da parte di molti padri sinodali, che leggevano in quelle righe un tentativo di andare ben oltre la reale discussione svolta in aula. Lo stesso mons. Carré, rispondendo oggi alle domande dell’intervistatore, fa indirettamente riferimento al clima dell’aula sinodale dell’ottobre scorso. Infatti, il vicepresidente dei vescovi francesi ricorda che è difficile poter dire come il Sinodo risponderà al tema dell’accoglienza delle coppie omosessuali: «dobbiamo tenere a mente», ha dichiarato, «che questo Sinodo non aggrega solo vescovi europei, i partecipanti provengono da tutto il mondo. Tali questioni non sono affrontate in questi termini in altre parti del mondo: in Africa, la Chiesa cattolica, per esempio, è molto più attenta alla poligamia che all’omosessualità. I nostri problemi occidentali non riguardano in tutto il mondo».

L’esempio dell’Africa non è scontato per chi ha seguito un po’ le cronache del dibattito sinodale. La netta presa di distanza sul tema da parte dei cardinali Napier e Sarah, infatti, fu decisa, arrivando a creare anche un brutto misunderstanding con il cardinale Kasper, il quale, indispettito, arrivò a dichiarare che gli africani  sul tema dell’omosessualità non capiscono niente. «E non ci dovrebbero dire quello che dobbiamo fare!». Invece, il dibattito sinodale proseguì e tenne in debita considerazione non solo le voci africane, ma anche quelle di molti altri prelati che non avevano nessuna voglia di essere ambigui su temi così importanti. Le recenti dichiarazioni del Papa rispetto alla colonizzazione ideologica delle teorie del gender hanno suonato la sveglia per molti laudatores interessati di Francesco. Il pontefice del «chi sono io per giudicare» sembra, infatti, allontanarsi dalle attese eccessive di certi ambienti, per collocarsi molto più vicino a una lettura che di lui dava il cardinale spagnolo Sebastian Aguilar nel gennaio scorso. «Il Papa», diceva il porporato al quotidianoSur di  Malaga, «accentua i gesti di rispetto e di stima a tutte le persone, ma non tradisce né modifica il magistero tradizionale della Chiesa. Una cosa è manifestare accoglienza e affetto a una persona omosessuale, un’altra è giustificare moralmente l’esercizio dell’omosessualità. A una persona posso dire che ha una deficienza, ma ciò non giustifica che io rinunci a stimarla e aiutarla. Credo che è questa la posizione del Papa»