Nonni 2.0: Le nostre proposte per il Sinodo

(di Peppino Zola, Nonni 2.0) Abbiamo preso visione del questionario preparato per il prossimo sinodo sulla famiglia. Come associazione Nonni 2.0. Vorremmo proporre alcune osservazioni che ci sembrano non secondarie nell’attuale contesto ecclesiale e sociale.

Riteniamo, innanzi tutto, che non si debba dare per scontato il fatto che la centralità di ogni esperienza cristiana sta in Cristo, salvatore di tutto l’umano e, quindi, anche della famiglia. Ci sembra che il questionario sia soprattutto preoccupato di individuare le “iniziative” più adatte per il rilancio della famiglia, con il rischio di mettere in secondo piano l’origine di ogni verità, che sta, appunto, nell’avvenimento di Gesù. Anche a proposito dell’esperienza famigliare occorre, innanzi tutto, annunciare la bellezza ed il fascino di Cristo, il solo che aiuti ad entrare nella realtà, a sopportare le inevitabili fatiche, a gioire per le esperienze positive, a dare un senso a tutto. Ci sembra, dunque, che il primo problema non sia quello di individuare le cose da fare, ma, ancora una volta, sia un problema di fede da annunciare a tutti (e quindi anche agli sposi) e da vivere. Del resto, abbiamo avuto la fortuna di vivere un’epoca in cui San Giovanni Paolo II ha proposto a tutti Cristo, come «centro del cosmo e della storia», in cui Benedetto XVI ha rimarcato come la vita cristiana sia l’adesione alla persona di Gesù, in cui Francesco ripete quotidianamente che al centro di tutto sta l’incontro con Cristo.

E Gesù non è una premessa o un prologo, ma è tutto, perché Egli ha detto di essere «la via, la veritàe la vita»; di essere cioè il metodo di tutta un’esistenza. Cristo c’entra con tutto e, quindi, non solo “prima”, ma anche durante la vita della famiglia, perché senza di Lui non possiamo fare nulla. Un sinodo cattolico non può non tenere conto di questa considerazione, non solo come premessa, ma come “sale” che insaporisca tutto l’annuncio da fare alle famiglie di tutto il mondo (e non solo di un’Europa pagana e traditrice).

Condividiamo l’invito ad un dialogo che metta in evidenza l’aspirazione comune a tutti gli uomini e atutte le donne ad una vita autentica e piena di gusto (il Vangelo la definisce come “centuplo”). Desideriamo, anche, mettere in guardia da una sorta di “buonismo” che ci impedisce di vedere il furibondo attacco che viene portato dal “pensiero unico” dominante al cuore dell’esperienza cristiana, quando si vuole stravolgere l’antropologia voluta dal Creatore e, con essa, la natura stessa della famiglia e dell’affettività. Questo attacco, che non a caso parte dalla scuola, rischia di colpire negativamente intere generazioni per il futuro, mentre toglie da subito la speranza a molti di poter vivere nel tempo le vere dimensioni umane dall’esperienza familiare. In questo senso, occorre reagire, vincendo una sorta di complesso di inferiorità verso una situazione culturale che Benedetto XVI definiva “dittatura” e che Francesco bolla come “mondanità”. Chiarezza e misericordia devono andare insieme: anzi, senza chiarezza che misericordia sarebbe? E poi, la misericordia è possibile solo a Dio.

Segnaliamo il pericolo che la famiglia venga concepita come corpo a sé stante e non come parteessenziale di una comunità, di un “popolo” direbbe il Concilio. Una famiglia “isolata” non può non andare in crisi, anche perché la famiglia stessa è per natura la testimonianza di una unità, e, quindi, soggetto di evangelizzazione e di missione. Anche nelle comunità cristiane la famiglia è vista, spesso, come un problema e non come risorsa che è parte integrante di un insieme. Ci sembra ipocrita “isolare” la famiglia e poi accusarla di essere un peso.  San Giovanni Paolo II, invece, ha spronato l’esperienza familiare a essere protagonista non solo nell’educazione dei figli, ma anche nella più vasta dimensione della vita sociale, fino al livello politico. Sia la Chiesa sia l’intera società e le legislazioni statali devono ridare spazio a questo protagonismo della famiglia: invece, si fermano, troppo spesso, ad un livello “ assistenziale”, che in fondo, considera la famiglia come un “ultimo” da assistere e non come un “primo” che, ripetiamo, deve essere protagonista e non assistito. In questo senso, dentro la Chiesa occorrerebbe rivedere la concezione dei corsi per i fidanzati, che tendono, ora, più a fissare delle regolette che non a lanciare la famiglia “in altum”. Anche la famiglia, insomma, è troppo spesso vittima di un eccesso di clericalizzazione della vita cristiana.