Penitenza e Eucaristia

(a cura di Luisella Scrosati) Il presente estratto (n°9 dello studio a cui ci riferiamo) giunge allo snodo principale delle argomentazioni del Cardinale Kasper. Il cardinale tedesco, infatti, apre la possibilità della comunione sacramentale a quelle persone pentite per il fallimento del primo matrimonio e che non possono interrompere la nuova relazione, senza conseguenze gravi. Ma in realtà a queste condizioni la Chiesa già permette la possibilità di accostarsi all’Eucaristia, assicurandosi che non ci sia pericolo di scandalo. La difficoltà è che per Kasper il presunto pentimento sarebbe compatibile con la reiterazione del peccato di adulterio, perché il problema non è che due persone vivano da fratello e sorella sotto lo stesso tetto, in vista di un altro bene (per es. quello di eventuali figli), ma che vivano more uxorio, cioè con gli atti propri dei coniugi, mentre coniugi non sono.

Il perdono è impossibile senza il pentimento ed il fermo proposito di emendarsi

E’ stato suggerito che una persona divorziata e poi risposata civilmente, seppur ancora vincolata da un valido primo matrimonio, possa essere comunque ammessa al sacramento della Penitenza (e dunque alla Comunione), se “si pente realmente del fallimento nel primo matrimonio”, se il primo matrimonio non può essere salvato oppure la nuova relazione non può essere abbandonata “senza altre colpe” e se la persona “si sforza di vivere al meglio delle sue possibilità il secondo matrimonio a partire dalla fede e di educare i propri figli nella fede” (1). Non si fa menzione del fatto di vivere come fratello e sorella; benché le parole “pentimento” e “conversione” siano certamente utilizzate, sembra implicito che la vita coniugale continuerebbe nella seconda relazione.

Secondo le parole di Cristo, “chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei (Mc 10, 11)”. Se un primo matrimonio è valido, allora chi si mette in condizione, consapevolmente e liberamente, di avere rapporti coniugali con un’altra persona (anche dopo un secondo matrimonio civile, e pur considerando le circostanze attenuanti summenzionate) commette adulterio. Oggettivamente, questa è materia grave e conduce al peccato mortale (2).

Ipotizzare che una persona che si trova in tale situazione possa ricevere il perdono nel sacramento della Penitenza, senza pentirsi realmente e confessare tale peccato, è semplicemente incompatibile con quanto sancito dalla dottrina cattolica. Questo concetto è infatti stato proclamato solennemente come un dogma cattolico e una materia di diritto divino. Come stabilisce il Canone 7 del Concilio di Trento sul sacramento della Penitenza: “Se qualcuno dirà che nel sacramento per la penitenza per ottenere la remissione dei peccati non è necessario di diritto divino confessare tutti e singoli i peccati mortali che si ricordano dopo debito e diligente esame […] sia anatema” (3).

La scrittura afferma che il pentimento è necessario per il perdono dei peccati e la comunione con Cristo: “Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità” (1G 1, 6). Come ha scritto papa Giovanni Paolo II: “Senza una vera conversione, che implica un’interiore contrizione, e senza un sincero e fermo proposito di emendarsi, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con Lui la tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza”(4). Secondo Trento, è necessario “odiare [---] il peccato commesso” ed il “proposito di non peccare più” per essere perdonati (5).

A prescindere da quale sia sacramento cui ci si riferisce (Penitenza oppure Eucaristia), la dottrina cattolica esclude la possibilità del perdono dei peccati senza la contrizione per tutti i peccati mortali ed il fermo proposito di correggersi. Suggerire una possibilità del genere ai divorziati risposati porterebbe questi ad allontanarsi dalla verità, con possibili conseguenze di estrema gravità per loro.

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1 Kasper, The Gospel of the Family, 32 & 45-46

2 CCC nn. 1856, 1858, 2380-81, 2400

3 Concilio di Trento, Canone 7 sul Sacramento della Penitenza (1551), DH 1707. Ved. CCC n. 1456, che ripete il testo di Trento parola per parola. Ved. anche il Decreto di Trento sulla Giustificazione (1547), DH 1542-44, che pure afferma questo concetto

4 Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Dominum et Vivificantem (1986), n. 42

5 Concilio di Trento, Decreto sul Sacramento della Penitenza (1551), c. 4, DH 1676. Ved. anche CCC n. 1451