“Proposta Kasper”: è un divorzio mascherato

(di Enrico Cattaneo) Uno dei temi più scottanti trattati al Sinodo straordinario sulla famiglia è stato quello dei divorziati risposati. È stato notato che soprattutto nei paesi occidentali, questo fenomeno è molto diffuso anche tra i battezzati, con grosse sofferenze sia per i coniugi sia per i figli. C’è anche però un certo numero di divorziati risposati che intende continuare un cammino di fede. Come deve comportarsi con loro la Chiesa?

La prassi attuale ufficiale prevede che un battezzato che ha contratto un valido matrimonio davanti alla Chiesa e davanti allo Stato, ma poi si sia avvalso del divorzio civile e sia passato a una nuova convivenza o a un nuovo matrimonio (evidentemente solo civile), non può accedere ai Sacramenti (Confessione, Eucaristia), a meno che, stando nell’impossibilità di recedere da questa nuova unione (dato che ne è nata una nuova famiglia con figli a carico), non decida, d’accordo con il compagno o la compagna, di astenersi da ogni rapporto coniugale. Solo in questo caso è possibile accedere alla Confessione e all’Eucaristia, non però in forma pubblica nella propria comunità parrocchiale, perché ciò ingenererebbe negli altri fedeli l’idea errata che il divorzio sia ammesso dalla Chiesa, ma in una forma privata o in un’altra parrocchia dove non si è conosciuti. Ora ad alcuni questa prassi è parsa insoddisfacente, soprattutto tenendo conto di chi abbia di fatto subito un abbandono e non si sia reso responsabile della rovina della prima unione coniugale.

Al Sinodo straordinario, svoltosi nell’ottobre scorso, sembra che siano state proposte due vie per risolvere la questione dell’accesso alla Comunione dei divorziati risposati: la prima è quella di snellire le procedure circa la verifica della sussistenza o meno del vincolo matrimoniale, cioè dei casi di “nullità”. Notiamo che in ambito cattolico non è corretto parlare di “annullamento”, come molti fanno, ma solo di “riconoscimento di nullità”, e cioè si riconosce che il matrimonio celebrato è stato solo una cerimonia senza “sostanza”, in quanto mancava qualcuno degli elementi essenziali del matrimonio (ad es. la piena libertà, la consapevolezza, l’intenzione di sposarsi, ecc.). Quindi il matrimonio viene dichiarato “nullo”, cioè che non è mai esistito. Per arrivare a questa dichiarazione, la Chiesa oggi prevede un accurato processo, in duplice grado, e per il quale si richiede almeno qualche anno, con delle spese per gli avvocati e per gli spostamenti dei testimoni, ecc. Ora a molti vescovi tutto questo è sembrato troppo penalizzante, e quindi hanno proposto uno snellimento della procedura.

È stata prospettata però anche una seconda via, ed è quella che per brevità chiamiamo “proposta Kasper”, la quale si avvicina alla prassi delle Chiese ortodosse. Come si comportano queste Chiese? Pur mantenendo la dottrina della indissolubilità del matrimonio, esse prevedono che ci siano delle “eccezioni”, delle “dispense” (che chiamano oikonomia, in latino dispensatio): quando il vescovo locale constata che il precedente matrimonio è “morto”, cioè non esiste più, può rilasciare un certificato di “annullamento”, grazie al quale le persone sono libere di contrarre un nuovo matrimonio, sia pure in forma non solenne, e quindi possono fare la Comunione pubblicamente.

Quanto al precetto di san Paolo secondo cui un coniuge è libero di risposarsi solo con la morte dell’altro coniuge (Romani 7, 2-3), gli ortodossi lo intendono in senso metaforico. Dicono infatti che ci possono essere vari tipi di “morte”, non solo quella fisica. Quando l’amore tra due coniugi è “morto” e quindi non c’è più nulla da fare, i due, con il consenso del vescovo, sono liberi di risposarsi. Notiamo che il vescovo non fa un vero e proprio processo per stabilire la validità o meno del primo matrimonio: constata che è “morto” ed emana un certificato di “annullamento”. Può anche darsi che in alcuni casi il primo matrimonio sia effettivamente “nullo”, ma in fondo questo non interessa.

«Il problema sta principalmente nel fatto che nelle sentenze o decisioni emanate dalle autorità delle Chiese ortodosse è di solito mancante ed è praticamente sconosciuta la distinzione fra “dichiarazione di nullità” e “annullamento”, “scioglimento” o “divorzio”, e spesso in tali dichiarazioni mancano del tutto le motivazioni sottese alle decisioni emanate» (Cyril Vasil).

Nella pratica, questi certificati di “annullamento” corrispondono a un vero e proprio divorzio, tanto più che molte Chiese ortodosse trasferiscono automaticamente la sentenza civile di divorzio nell’ambito ecclesiastico. Nella proposta Kasper, toccherebbe al vescovo locale giudicare quando una situazione è irreversibile e quindi, premesso un cammino penitenziale, riammettere i divorziati risposati alla Confessione e all’Eucaristia.

Ora queste due vie (quella della dichiarazione di “nullità”, e quella “penitenziale”) a ben vedere sono incompatibili, nel senso che se al prossimo Sinodo passasse la “proposta Kasper”, la Sacra Rota potrebbe andare in pensione. Vediamo di spiegarci.

Notiamo anzitutto che l’istituto processuale, che potrebbe portare (ma non necessariamente) alla dichiarazione di nullità, esiste solo nella Chiesa Cattolica, cioè solo in quella Chiesa che ha conservato integralmente il precetto divino della indissolubilità del matrimonio rato e consumato tra battezzati. Infatti, tutte le altre Chiese o Confessioni cristiane ammettono il divorzio, anche se con modalità diverse, e di conseguenza non sono interessate a indagare sulla validità o meno del precedente vincolo coniugale. Diciamo anche che solo la Chiesa Cattolica ha sviluppato una vera e proprio teologia del matrimonio, con i necessari aspetti giuridici (quando si ha a che fare con persone, non si può liquidare l’aspetto giuridico come irrilevante). In particolare, per quanto riguarda il famoso “inciso matteano”, che dice «se non in caso di porneia», comunque si voglia tradurre questa parola (adulterio, concubinato, unione illegittima), l’interpretazione cattolica (a differenza di quelle ortodosse e protestanti) lo intende come possibilità od obbligo di “separazione”, non come una apertura al divorzio.

Ora se passasse la proposta Kasper, e cioè se due divorziati risposati potessero accedere pubblicamente all’Eucaristia, con l’indulto del vescovo, non ci sarebbe più bisogno di andare ad indagare se il precedente matrimonio sia valido o nullo. Si arriverebbe cioè alla situazione delle Chiese ortodosse, e la via della dichiarazione di nullità diverrebbe una superflua perdita di tempo e di denaro. È bene dunque sapere a che cosa potrebbero condurre certe decisioni.

Qualcuno potrebbe dire: «Ma questo è proprio quello che noi vogliamo! Per noi andrebbe bene così!». Obiettiamo: ma allora la Chiesa Cattolica si è sbagliata in questi duemila anni tenendo fede alle parole di Gesù sul divorzio? Rispondono: «Non diciamo che si è sbagliata, ma che ha interpretato in maniera troppo rigida le parole di Cristo, e che ora è tempo di cambiare. Del resto – proseguono costoro – non ammette forse la dottrina cattolica un progresso nella comprensione della rivelazione, come afferma la Dei Verbum del Vaticano II? Non dice inoltre la Relatio Synodi che proprio in questo campo la Chiesa dovrebbe fare “scelte pastorali coraggiose” e intraprendere “cammini pastorali nuovi” (n. 45)? E che cosa vuol dire questo, se tutto deve rimanere come prima?

Oggi – sostengono – capiamo meglio che quelle parole del Vangelo non vanno prese come delle norme giuridiche rigide, ma come un ideale a cui tendere, tenendo conto della fragilità umana. Del resto non ha detto Gesù stesso che non bisogna imporre alla gente dei “pesi insopportabili”? Immaginiamo una donna abbandonata dal marito e che si è rifatta una famiglia in cui c’è vero amore, oltre alla sofferenza del divorzio, vogliamo metterla in croce un’altra volta escludendola dalla Comunione?».

Accetto la provocazione, ma allora spingo l’argomentazione ancora più avanti (parlo da “stolto”): se è così come voi dite, perché non applicare lo stesso ragionamento per altre “interpretazioni rigide” date dalla Chiesa alle parole del Signore o alla Tradizione? Ad esempio, perché non considerare il celibato sacerdotale come un’interpretazione troppo rigida dell’antica tradizione, che andrebbe cambiata? E l’esclusione della donna dal ministero ordinato, ovvero dal sacerdozio, non è forse un’interpretazione troppo letterale di un dato di fatto risalente alla cultura del tempo, mentre oggi la cultura è cambiata? E lo stesso primato del vescovo di Roma non è forse un’interpretazione troppo rigida e letterale del mandato di Gesù a Pietro in Matteo 16,18-19? E poi chi ha detto che il vescovo di Roma è successore di Pietro? Dove si fonda la tradizione (o leggenda) che Pietro sia stato a Roma e vi sia morto martire? E dove è scritto che abbia scelto o avuto un successore? Questi interrogativi, è bene notarlo, non provengono da menti squinternate, ma da esimi teologi e storici, ortodossi e protestanti, che hanno anche un certo seguito in una parte dell’intellighenzia cattolica.

Ritornando alla oikonomia ortodossa, che cosa significa in fondo se non un ritorno di fatto alla legge di Mosè, prima delle parole di Cristo? Mosè conosceva bene il comandamento di Dio, ma, di fronte alla “durezza di cuore” degli uomini, dice Gesù, “Mosè vi ha permesso il divorzio” (cfr Mt 19, 8). Oggi gli ortodossi dicono: «Conosciamo e manteniamo la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, ma di fronte alla “fragilità di cuore” delle coppie, concediamo, sia pure con dolore, il divorzio».

Noi però ci domandiamo: è questa la fedeltà alla parola del Signore? Quanto poi ai “pesi insopportabili” da non imporre ai fedeli, l’indissolubilità del matrimonio non può essere fatta rientrare tra questi “pesi”, dal momento che è stata posta da Gesù stesso. Che sia una cosa difficile, gli apostoli lo hanno capito subito, tanto è vero che, ragionando alla maniera umana, hanno obiettato: “Se le cose stanno così, non conviene sposarsi” (cfr Mt 19, 10). Ma noi crediamo ancora nella potenza della grazia di Cristo? Essendo il sacramento “segno efficace della grazia istituito da Cristo Signore”, noi finiremmo per affermare che, di fronte alla grave incapacità dell’uomo, la potenza di Cristo risorto e dello Spirito, tramite i sacramenti, è inefficace.

In conclusione, questa è la mia interpretazione della dottrina della Chiesa: perché i divorziati risposati, che intendono proseguire un cammino di fede nella Chiesa, possano accedere pubblicamente alla Comunione eucaristica, c’è una sola via, e questa è quella di arrivare, dopo un serio processo, alla dichiarazione di nullità del precedente matrimonio.

Questo non significa abbandonare a se stessi i divorziati risposati che vogliono continuare un cammino di fede, togliendo loro la speranza circa la loro salvezza eterna. Anche se non possono avere lacertezza del perdono sacramentale, possono però avere la speranza di questo perdono tramite la preghiera e l’amore verso il prossimo, e questo deve portarli ad essere interiormente pacificati, pur nel dolore, accettato con spirito penitenziale, di non poter accedere alla Comunione eucaristica (si veda l’articolo di padre Domenico Marafioti sulla Bussola, clicca qui).

Se si scegliesse invece la “via penitenziale” proposta da Kasper, simile alla prassi delle Chiese ortodosse, perderebbe valore la ricerca della inesistenza del precedente vincolo matrimoniale, e quindi tutti i processi in vista di un eventuale annullamento cadrebbero nel vuoto, e il divorzio sarebbe di fatto ammesso nella Chiesa.