Sinodo, s’incrina il fronte africano

Cardinale Souraphiel(di Matteo Matzuzzi) «Le conferenze episcopali sono state mandate al Sinodo non per rimpiazzare o cambiare l’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo o l’insegnamento della Chiesa, ma per vedere che l’insegnamento del Vangelo è inculturato, è inserito nella situazione di vita del singolo paese o della singola società. In merito alle questioni morali riguardanti la famiglia, probabilmente il prossimo Sinodo dirà ‘andiamole a vedere nel contesto. Facciamo in modo che le conferenze episcopali portino i loro suggerimenti’. Si potrebbe fare in questo modo». A dirlo in un’intervista alCatholic Register è l’arcivescovo di Addis Abeba, mons. Berhanyesus Souraphiel, uno dei due presuli africani creati cardinali da Papa Francesco nel corso dell’ultimo concistoro, nel febbraio di quest’anno.

Souraphiel – che al momento non farà parte dell’assise sinodale, in attesa dell’elenco dei padri scelti personalmente dal Pontefice – è convinto che alla fine a prevalere sarà la scelta di introdurre «una nuova flessibilità» nella Chiesa. Una flessibilità che dovrà tener conto dei particolari contesti culturali, economici e politici delle diverse aree geografiche. «La Chiesa cattolica è un’istituzione universale, umana e divina. Non c’è una Chiesa europea, non c’è una Chiesa canadese o americana. È qualcosa di diverso. I problemi che le famiglie devono affrontare in alcune parti del mondo possono essere diversi rispetto a quelli da affrontare in zone diverse».

Il porporato porta l’esempio della sua terra: «Per noi la questione principale è la povertà. Se non si dispone della stabilità economica di base, potrebbe crearsi una situazione in cui il marito lavora da qualche parte, la moglie da un’altra parte. E così la famiglia si separa e i bambini soffrono». Non a caso, il Catholic Register sottolinea come – a giudizio di Souraphiel – «le conferenze episcopali dovrebbero giocare un ruolo nell’aiutare i singoli vescovi ad adattare l’insegnamento del Sinodo alle peculiarità del proprio paese o regione».

La posizione di un prelato di rango come mons. Behranyesus Souraphiel rompe quello che appariva un monolite, e cioè la netta chiusura dei vescovi africani rispetto alle tesi portate prima in Concistoro e poi nel Sinodo straordinario del 2014 dal cardinale tedesco Walter Kasper, votate al superamento della rigida distinzione tra dottrina e pastorale. Se fino a oggi, infatti, molti vescovi africani (ma non tutti, come dimostrano le dichiarazioni del vescovo ghanese di Accra, mons. Gabriel Palmer-Buckle e di quello di Orano, mons. Jean-Paul Vesco, loro sì presenti al Sinodo prossimo venturo) portavano come esempio anche per gli altri continenti la salute della Chiesa a sud del Sahara, con vocazioni in crescita e quantità di credenti da far impallidire la vecchia e stanca Europa, il capo della diocesi di Addis Abeba invita a guardare alle singole aree culturali, adattando a esse quel che stabilirà il Papa dopo l’assise del prossimo ottobre. Flessibilità, appunto. Una parola che farebbe immediatamente breccia nei cuori delle Chiese del nord Europa, ad esempio, che da decenni invocano meno rigore quanto al rispetto dei cardini su cui poggia l’insegnamento cattolico in fatto di morale familiare.

Una posizione sfumata resa ancor più chiara dalla frase con cui conclude l’intervista, dove indica le priorità dei vescovi africani rispetto all’assemblea ordinaria che aprirà i battenti a inizio ottobre: «Il messaggio africano per il Sinodo è che la famiglia è la vita. Cerchiamo quindi di dare importanza alla vita. Vita e valori sono legati. Le cose cambieranno, molte cose stanno cambiando. Ma devono esserci anche valori che devono rimanere. L’amore tra marito e moglie, il rispetto tra i figli e i genitori, il rispetto per gli anziani».

Toni ben diversi da quelli uditi nei mesi scorsi dalla grande maggioranza dei vescovi africani, considerati a ragione – visto il peso che hanno avuto nel Sinodo di un anno fa, al punto che uno di loro, il cardinale Wilfrid Fox Napier, è stato nominato presidente delegato in aggiunta ai tre che avevano occupato la carica nel 2014 – i capofila dell’opposizione a ogni cambiamento riguardo famiglia e matrimonio.