Sulla contraccezione nessun cambiamento

(di Renzo Puccetti) Nel recente articolo apparso su Vatican Insider a firma del vaticanista Andrea Tornielli “Sinodo, riforme e «teologia credente», l’autore ha commentato le parole di papa Francesco sul Sinodo straordinario sulla famiglia da poco conclusosi attingendo al pensiero di Gianni Gennari, secondo il quale sarebbe assai azzardato dogmatizzare la dottrina della Chiesa in materia di sessualità e matrimonio. Papa Pio XII avrebbe infatti cambiato la dottrina di Pio XI ammettendo i metodi naturali di regolazione della fertilità e Papa San Giovanni Paolo II avrebbe superato quanto insegnato dal Concilio di Trento e dal magistero di Pio XII circa la valenza della verginità e del matrimonio. Lascio che altri, ben più competenti di me, rispondano ad una lettura che mi pare alquanto fuorviante su questo secondo punto. Mi limiterò a svolgere qualche riflessione riguardo al primo aspetto, quello sulla contraccezione, su cui credo di potere dare un qualche contributo. Stupisce che uno studioso capace di coniugare la conoscenza teoretica teologico-morale in materia sessuale ad un certo bagaglio esperenziale, sia così disattento nella ricostruzione storica, così da favorire la diffusione di paragoni quantomeno arditi.

Nell’enciclica di Pio XI Casti connubii del 31 dicembre 1930 il Papa rispose a stretto giro agli anglicani che nello stesso anno ruppero la dottrina cristiana sulla contraccezione. Il Papa in quel suo insegnamento contrappose le pratiche che viziano l’atto naturale alla «onesta continenza» permessa anche nel matrimonio, quando mutualmente accettata dai coniugi. Quando Papà Pacelli si rivolse alle ostetriche il 21 ottobre 1951 accolse e ribadì espressamente la dottrina di Casti Connubii: «Il nostro Predecessore Pio XI di felice memoria nella sua Enciclica Casti Connubii del 31 dicembre 1930 proclamò di nuovo solennemente la legge fondamentale dell’atto e dei rapporti coniugali: che ogni attentato dei coniugi nel compimento dell’atto coniugale o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, attentato avente per scopo di privarlo della forza ad esso inerente e di impedire la procreazione di una nuova vita, è immorale; e che nessuna «indicazione» o necessità può mutare un’azione intrinsecamente immorale in un atto morale e lecito».

In quel discorso Pio XII, nell’ammettere i metodi di regolazione naturale della fertilità, in realtà non introdusse alcun mutamento di dottrina dal momento che l’impiego dei metodi naturali finalizzato ad una paternità responsabile in niente si differenzia dalla continenza periodica approvata da Pio XI nel 1930, ribadita dal vescovo Francis Noll nel 1938, anticipata dal vescovo Curley nel 1923, dalla Sacra Penitenzeria in una risposta al vescovo di Amiens nel 1853 e nei decreti del 1880 e del 1932. La medesima dottrina ha nei teologi domenicani Domingo De Soto e Pedro De Ledesma (XVI secolo) e in Piero da Palude (XIV secolo) esponenti che la ammettevano rispettivamente in caso di prole numerosa e povertà.

Che Papa Pio XII avesse contraddetto la dottrina precedente non è peraltro un’idea originale di Gennari, ma accomuna il mondo dei teologi favorevoli alla liceità della contraccezione. Negli anni che precedettero l’enciclica Humanae vitae del beato papa Paolo VI, il canonico belga Pierre De Locht se ne faceva promotore; successivamente egli sarebbe passato a sostenere la legalizzazione dell’aborto, l’ordinazione degli uomini sposati e delle donne e contestare la dichiarazione Dominus Jesus. In quegli anni anche il decreto conciliare sulla libertà religiosa veniva assunto come esempio di cambiamento della dottrina per giustificare la possibilità di mutare l’insegnamento sulla contraccezione. È uno schema di gioco già visto: secondo la descrizione del cardinale Ratzinger si pronuncia aggiornamento, ma si scrive adattamento.

E quanto sostenuto nell’articolo in questione sembra proprio l’aver imboccato la strada di un promettente vento di adattamento teologico che spinge le particole consacrate dal calice verso le bocche risposate. Ad un’iniziale cautela nel presentarlo come semplice sviluppo di una dottrina invariata, parrebbe ora fare seguito un certo cambio di rotta rappresentato dall’annuncio che in ambito di sessualità e di matrimonio negare la possibilità di mutamento della dottrina in vista del prossimo sinodo sarebbe una sorta d’imprudente chiusura.

Apprezzo la sincerità. Come si potesse dare la comunione ai divorziati risposati e al contempo affermare che si è rimasti fedeli al giudizio di Gesù sul ripudio del coniuge, al Suo comando all’adultera, al significato dell’assoluzione dai peccati e all’ammonimento di San Paolo a non mangiare indegnamente del Corpo del Signore, era divenuto un rebus per me insolubile. Certo, avrei sempre potuto cedere alla tentazione di cavarmela considerandolo uno sviluppo vitale con cui lo Spirito Santo ci introduce alla verità tutta intera in analogia alla proclamazione del dogma dell’Assunta, ma devo confessare che il solo pensarlo mi farebbe sentire non molto diverso da un cameriere che servisse del vomito chiamandolo un aggiornamento dell’insalata russa.

A poco a poco però la bruma sembra dissolversi. Venerdì 17 ottobre il cardinale Marx ha dichiarato: «Dire che la dottrina non cambierà mai è una visione restrittiva delle cose». L’affermazione è talmente significativa da essere già inclusa nel profilo Wikipedia dell’autore. Confesso di non essere appassionato dalla questione attorno ai nomi, sviluppo anziché mutamento della dottrina. Il fatto rimane: ciò che era male, domani lo si chiamerebbe bene e ciò che si diceva vero cesserebbe di esserlo.

Non stiamo parlando di quisquilie, ma di un principio che è costato uno scisma e la testa di tanti martiri, a partire da quel Giovanni Battista che forse oggi qualcuno considererebbe pastoralmente assai insensibile e incapace di cogliere il buono in ogni situazione con quella sua ostinata e pubblica accusa rivolta al compagno di una signora semplicemente vittima di un naufragio matrimoniale. Se in materia di sessualità, come sostiene Gennari, non vi è alcunché di dogmaticamente certo, parrebbe doversi ammettere, almeno in via teorica, che ogni insegnamento morale potrebbe essere rivisto, compresa la condanna per chi scandalizza i più piccoli. E perché poi ci si dovrebbe limitare all’ambito della morale? Non potrebbe un domani subire la medesima rielaborazione teologica lo stesso primato conferito a Pietro? Attraverso un approccio nominalistico ogni contraddizione della dottrina potrebbe essere dichiarata un semplice sviluppo. E tuttavia i fatti rimarrebbero.

Timori ingiustificati? Ho fiducia che sia così. Carenza di fede nello Spirito Santo? Spero di no. Mi conforta che nel decidere sulla contraccezione un pontefice dichiarato beato dalla Chiesa, che avrebbe ricevuto gloria e onori se solo si fosse piegato a quanto il mondo gli chiedeva e buona parte di episcopato e laicato gli suggeriva, nel decidere abbia espresso ben prima e meglio di me considerazioni analoghe. Rivolgendosi all’amico Jean Guitton il beato Paolo VI disse: «Un’attenuazione della legge avrebbe per effetto di rimettere in questione la morale, e soprattutto di dimostrare la fallibilità della Chiesa, [...] tutto l’edificio della morale verrebbe dissolto, e dopo l’edificio della morale verrebbe scosso l’edificio della fede». Sfido chiunque a sostenere che Paolo VI non avesse fiducia nello Spirito Santo, ma è proprio resistendo alle istanze del mondo e rimanendo fedele alle parole del Signore che egli dimostrò la vera fede nello Spirito che guida la Chiesa. Il beato Paolo VI sapeva che tutto si tiene, tout se tient.